
Gli incidenti stradali mortali sono aumentati nei primi 9 mesi del 2010 sulle autostrade italiane: rispetto allo stesso periodo del 2009, sulla rete autostradale italiane sono decedute 246 persone, contro le 215 dell’anno precedente. La causa maggiore degli incidenti deriva dall’alta velocità degli automobilisti: nei tratti controllati dal Tutor la mortalità è ridotta del 70%.
Non diminuiscono gli incidenti mortali stradali sulle autostrade, anzi: nei primi 9 mesi del 2010 si è registrato un aumento del 14% rispetto allo stesso periodo nel 2009. Nonostante una calo degli incidenti con feriti del 1.3%, i morti sulle autostrade sono passate da 215 a 245.
Anche sulla rete di Autostrade per l’Italia i morti sono passati da 114 nel 2009 a 119 di quest’anno evidenziando, però, la riduzione del tasso di mortalità del 70% rispetto al 2009. Questo traguardo è stato possibile grazie ad interventi mirati sulle infrastrutture: asfalto drenante, riqualificazione delle barriere spartitraffico, segnaletica ad alto impatto, pavimentazione ad alta aderenza, migliori standard di visibilità dei cantieri, si legge in una nota della società. Non solo: nei tratti controllati dal Tutor -capace di rilevare la velocità media dei veicoli sulla lunga distanza- il tasso di mortalità si è ridotto del 50%.
La causa maggiore dell’aumento della mortalità è l’alta velocità oltre a stanchezza, distrazione al volante, abuso di alcool e droghe. Giordano Bisemi, presidente dell’Asaps -Associazione amici della polizia stradale- punta l’attenzione anche su i molti incidenti dove gli automobilisti hanno perso la vista dopo essere scesi dalla propria auto, per prestare soccorso o in caso di panne.
Chi scende dalla propria auto in autostrada non si rende conto di essere un birillo su una pista di bowling, non capisce che anche un leggerissimo sfioramento può essergli fatale. Mentre chi è fuori dall’auto vede arrivare una macchina anche a un km di distanza, chi sta guidando, soprattutto se è notte, si rende conto della presenza di un pedone solo quando ce l’ha a 100, 150 metri di distanza. Se calcoliamo che a 130 km/h si percorrono oltre 35 metri in un secondo si capisce benissimo che basta un po’ di stanchezza, un ritardo sul tempo di reazione e non c’è più scampo conclude Bisemi.
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